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PORTO RECANATI - In precedenti edizioni abbiamo pubblicato stralci tecnici e la relazione introduttiva alla variante. Oggi, in altra parte, pubblichiamo la relazione sulla preservazione e valorizzazione dell’area archeologica.

RELAZIONE E STUDIO ARCHEOLOGICO
Relazione Dott.ssa Percossi.
Parco del Burchio Resort, proposte per l’indagine archeologica e la valorizzazione del sito

Il pianoro di Colle Burchio si configura come sito sensibile sotto il profilo archeologico e di interesse nell’ambito delle evidenze archeologiche del territorio di Porto Recanati e della bassa vallata del fiume Potenza, che rappresenta un’area estremamente rilevante nel panorama archeologico regionale e nazionale.4 picenumpotentia6 2
Qui le indagini e gli scavi archeologici condotti per anni nel territorio dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, che nell’ultimo decennio ha anche promosso e sostenuto il progetto Potenza Valley Survey, condotto in collaborazione con il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Gent (Belgio), hanno consentito la puntuale ricostruzione di un quadro insediativo che si è rivelato straordinariamente ricco e articolato e che ha comportato la ricostruzione di un complesso mosaico di insediamenti e di collegamenti ed ha permesso di indagare i modelli di organizzazione, controllo e razionale sfruttamento del territorio dalla preistoria fino allo strutturato assetto amministrativo di età romana (E.Percossi, G.Pignocchi, F.Vermeulen, I siti archeologici della Vallata del Potenza. Conoscenza e tutela, Ancona, 2006, ivi bibliografia precedente). Fino al momento cioè in cui sulle dune lagunari della foce del Potenza viene fondata nel 184 a.C., alla ripresa della seconda fase della colonizzazione romana dopo il drammatico periodo delle guerre annibaliche, la colonia di diritto romano di Potentia, fra le più antiche della regione picena, per la quale le fonti letterarie sono state prodighe di notizie (E.Percossi a c.d., Quando poi scese il silenzio...Rito e società in una colonia romana del Piceno fra Repubblica e tardo Impero, Milano 2001).
L’importanza del contesto archeologico di quest’area a ridosso della foce del fiume Potenza risiede infatti proprio nel fatto che i numerosi giacimenti evidenziati in questa fascia di territorio, offrendo l’opportunità di identificare e differenziare le caratteristiche dell’occupazione fra l’hinterland costiero e le pendici inferiori delle colline che delimitano la valle del Potenza, consentono una valida ricostruzione e costituiscono un efficace esempio del modello di uso razionale del territorio attuato dalle comunità locali attraverso un sapiente adeguamento delle strutture produttive alle caratteristiche dei suoli e rappresentano, contestualmente, un’ulteriore conferma del modello organizzativo attuato dallo stato romano nei territori conquistati attraverso la programmazione e la realizzazione di un’efficace rete viaria. Mentre infatti ai margini delle dune costiere resti e scarichi di fornaci sembrerebbero connettersi all’attività di officine che fabbricavano anfore lungo questo tratto di costa in relazione probabilmente con le attività di esportazione dal porto commerciale di Potentia dei prodotti dell’entroterra, una serie di ville per lo più di grandi dimensioni sui pianori e sulle pendici collinari, insieme ad insediamenti rustici più piccoli collocati nella piana fluviale, costituivano un efficace sistema di razionale sfruttamento agricolo del territorio.
L’altipiano di Colle Burchio è parte integrante di questo sistema territoriale; esso inoltre rappresenta la propaggine occidentale di un’area archeologica di straordinario interesse, che potrebbe in futuro qualificarsi come Parco Archeologico Nazionale per le sue valenze ambientali (area di foce del fiume), architettoniche (presenza dell’Abbazia di S. Maria in Potenza) e soprattutto archeologiche con la presenza di due siti di rilevantissimo interesse nell’ambito del patrimonio archeologico nazionale, lo straordinario insediamento sul pianoro di Montarice, che consente la lettura della sovrapposizione dei modelli di organizzazione e uso del territorio dalla preistoria all’età romana, cioè dal Bronzo Medio fino alla fase di romanizzazione del territorio di III sec. a.C., e l’area della colonia romana di Potentia, della quale, grazie all’uso agricolo della zona protrattosi per secoli, è possibile leggere (al di là degli inevitabili danni comportati dall’uso dei moderni mezzi meccanici agricoli) l’intero impianto urbano.
Le indagini sul campo e le campagne di rilevamento aereofotografico hanno consentito di interpretare il giacimento archeologico di Colle Burchio come insediamento rurale, una fattoria, costituita da un edificio principale, individuato dalle foto aeree nell’area di concentrazione di materiali (m 90 x 50) nella porzione sudorientale del pianoro, probabilmente circondato da più fabbricati annessi nella porzione centrale e settentrionale del campo (m 100 x 60), per alcuni dei quali non è escluso l’uso come fornace per la produzione di anfore o forse più probabilmente come magazzini (Percossi, Pignocchi, Vermeulen 2006, cit, scheda 105 alle pp 159-160, ivi bibliografia precedente). Più in particolare l’arco temporale d’uso del pianoro, che sulla base dei reperti recuperati si rivela di lunga durata, dal III sec. a.C. fino al VI sec. d.C., collegando le sue prime evidenze alla fase immediatamente precedente la fondazione della colonia romana di Potentia, si rivela di grande interesse per la conoscenza sia dell’impatto della colonizzazione sull’eventuale trasformazione dell’assetto territoriale preromano sia, allo stesso tempo, protraendo la sua fase finale fino all’ esito drammatico della guerra greco-gotica, delle trasformazioni subite da questa parte di territorio nella geografia umana e nell’assetto socio-economico nelle fasi finali dell’impero romano.
Fig. 1 - Giacimento archeologico di Colle Burchio.

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La zona è dunque di notevole interesse per l’approfondimento delle conoscenze storico-archeologiche dell’area di foce del Potenza come pure per l’acquisizione di nuovi elementi per una più completa conoscenza della particolare tipologia insediativa di epoca romana che rappresenta la fattoria.
L’intenzione di costruire in un’area segnalata per interesse archeologico dà di norma luogo a conflitti di opposti interessi, cui seguono lungaggini burocratiche che talvolta purtroppo incidono negativamente sulla tutela del bene stesso oltre che sulla realizzazione dei progetti. Nel caso in questione, l’intenzione di realizzare un complesso turistico sulla collina di Colle Burchio potrebbe invece rappresentare un esempio, purtroppo assai raro ma estremamente positivo quando applicato, di positiva convergenza di intenti fra Committenza, Ente locale e Amministrazione periferica dello Stato titolare dell’interesse alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, in questo caso quello archeologico. E’ infatti possibile, quando ne sussista la volontà concreta di tutti i soggetti interessati, modulare l’intervento in tutte le sue componenti specifiche e indirizzarlo, per quanto riguarda più strettamente le competenze archeologiche che il progetto generale, a fare in modo che l’indagine archeologica non sia finalizzata esclusivamente ad individuare le aree libere da resti antichi per essere edificate ma si effettui con lo scopo, da un lato, di porre le basi in corso d’opera per la futura fruizione pubblica del bene recuperato e, dall’altro, di creare con le opere di nuova costruzione una cornice ad esso adeguata.
Il progetto PARCO DEL BURCHIO RESORT ha le caratteristiche per potersi inserire nel contesto di Colle Burchio con il più assoluto rispetto della natura di documento archeologico dell’area interessata, anzi proponendosi rispetto ad esso, in una sorta di continuità di lettura storica del territorio, come ulteriore documentazione del divenire delle forme di organizzazione e di uso delle aree insediative in relazione ai nuovi modelli socio-economici, e alle esigenze che ne derivano, delle comunità ivi insediate e dunque, nello specifico, alla nuova vocazione turistica dell’area di foce del Potenza, affermatasi a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, quando le aree dell’hinterland costiero hanno cominciato a perdere la plurisecolare connotazione agricola per lasciare posto a insediamenti e infrastrutture turistiche, con un processo di trasformazione che troppo spesso ha visto interventi invasivi e poco attenti alle caratteristiche del territorio. In questo caso invece l’intervento, proponendosi come elemento di continuità con le testimonianze del passato, individua nel giacimento archeologico il proprio elemento di forza come pregevole caratteristica distintiva rispetto ad altri insediamenti turistici della zona e diventa al contempo esso stesso elemento di valorizzazione del complesso archeologico, rispetto al quale può rappresentare una nuova pagina nel plurisecolare libro della storia dell’area di foce del Potenza .
In tale ottica è interesse prioritario assicurare la conservazione del giacimento archeologico non solo ai fini delle necessarie approvazioni da parte degli organi competenti ma come elemento essenziale e parte integrante del nuovo insediamento. Ciò comporta innanzi tutto la conservazione del giacimento nella sua integrità e in tutte le sue componenti, non solo relativamente alle strutture ma anche ai punti di vista e alle prospettive e, ove possibile, all’habitat naturale. Così la parte del progetto di maggiore impatto, che prevede la realizzazione di costruzioni di una serie di edifici ad uso turistico, è stata inserita in modo non invasivo rispetto al giacimento archeologico all’estremità orientale del pianoro, in pendenza verso la costa in modo da mantenere la vista sul mare dalla sommità dell’altipiano, che è invece la parte interessata dalla presenza delle evidenze archeologiche. Area che il progetto “PARCO DEL BURCHIO RESORT”, tenendo conto della particolare natura dell’area di Colle Burchio e nella consapevolezza della necessità di tutela del giacimento, ha destinato nell’ambito della definizione della destinazione d’uso delle varie porzioni del colle a Parco di uso pubblico e dunque ad area verde, con un uso pertanto compatibile con la sua natura archeologica. D’altra parte, il previsto rinvigorimento dell’area boschiva, che si conserva ancora nell’area anche se ormai senescente, mira a ricostruire una parte dell’habitat naturale in cui si muovevano e operavano le comunità umane insediate dalla preistoria ad età romana in questo territorio, così come il recupero della porzione di terreno attualmente coltivata a uliveto, purtroppo anch’esso attualmente in abbandono e senescente, mira a conservare testimonianza della plurisecolare destinazione ad area agricola di questa zona.
L’indagine archeologica
Sulla base della documentazione attualmente disponibile l’area destinata alle nuove costruzioni sembrerebbe non interferire con quella interessata dal giacimento archeologico. Alla luce comunque di possibili interferenze si ritiene tuttavia indispensabile un’indagine sistematica preventiva di tutta l’area interessata dal nuovo insediamento. L’obbiettivo è prioritariamente quello di assicurare in ogni modo la salvaguardia del patrimonio non solo attraverso la conservazione dei resti archeologici ma anche prevedendo una necessaria fascia di rispetto dei rinvenimenti, di fornire una più esaustiva documentazione e adeguati strumenti per una più completa valutazione finalizzata alla definitiva approvazione del progetto da parte dell’organo competente e per identificare in tempo utile ed eliminare eventuali elementi di criticità del progetto stesso.
A tale scopo si propone di :
• verificare la reale interferenza con il giacimento archeologico dell’ultima fila di costruzioni, in particolare le tre costruzioni all’estremità NW del nuovo insediamento.
• escludere la presenza di evidenze archeologiche in tutta l’area interessata dalle costruzioni
• verificare la probabile interferenza fra le infrastrutture sportive previste sul pianoro e il giacimento archeologico ai fini di un corretto inserimento delle stesse che salvaguardi i resti archeologici.
Nel settore interessato dalle costruzioni le indagini si dovranno articolare in più fasi con modalità diverse a seconda dell’entità del rischio archeologico.
(A) – (B) aree di scavo stratigrafico (C) aree di indagine a mezzo trincee

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Ai fini di agevolare l’iter del progetto la prima fase riguarderà l’area più a rischio di interferenze fra il nuovo insediamento e il giacimento archeologico, che è quella relativa all’ultima fila di edifici e più in particolare alle ultime tre costruzioni W(contrassegnata con la lettera A). Benché la posizione ribassata rispetto a quella del pianoro induca a pensare a un’area di dispersione di materiali anche rispetto a qualche piccolo edificio satellite nella porzione settentrionale del pianoro se non addirittura a un butto, tuttavia si ritiene necessario e prioritario per l’iter del progetto verificare la natura dell’affioramento di materiali archeologici individuati in quest’area. L’indagine in quest’area sarà condotta attraverso lo scavo con metodo stratigrafico e riguarderà un’area di m 70 W/E x 35 N/S a partire da quella delle ultime tre costruzioni al margine NW del nuovo insediamento. Solo successivamente e in base all’esito di questa indagine si deciderà se esplorare anche l’area destinata a verde pubblico fra la penultima fila W di costruzioni e l’area delle infrastrutture sportive in essa previste (contrassegnata con la lettera C) con lo scopo di verificare l’esatto limite E del giacimento archeologico e di individuare i piani di calpestio antichi. In questo caso l’indagine potrà consistere nell’apertura di una serie di trincee esplorative di ml 2 di larghezza per tutta l’estensione N/S dell’area del pianoro, posizionate alla distanza di ml 10 una dall’altra, la cui profondità deve raggiungere il livello archeologico o il terreno vergine di base.
Nella seconda fase l’indagine interesserà l’area destinata alla costruzione degli edifici di uso turistico (contrassegnata con la lettera C): sebbene infatti sulla base alle ricerche fin qui condotte in quest’area non dovrebbero insistere resti di interesse archeologico, tuttavia la sua posizione fra l’insediamento sul pianoro di Colle Burchio e quelli che si sono succeduti sul vicino altipiano di Montarice suggerisce l’opportunità di un’indagine preventiva al fine di escludere ogni presenza di natura archeologica, che potrebbe essere relativa a sepolture in relazione ai due siti o anche a strutture più precarie non rilevate allo stato attuale nelle precedenti indagini, la cui eventuale evidenziazione sarà utile sia per la loro salvaguardia che per l’iter del progetto. Anche in questo caso l’indagine consisterà nell’apertura di trincee di scavo, che nel caso specifico potranno seguire l’allineamento delle costruzioni nella parte destinata alle villette.
La terza fase consisterà nell’avvio dello scavo sistematico della parte di pianoro interessata dalla presenza del giacimento archeologico, al fine di verificarne la consistenza e le condizioni di conservazione delle strutture, sia per la valutazione della possibilità della realizzazione delle infrastrutture sportive previste ed eventualmente della loro migliore localizzazione, ferma restando la disponibilità alla loro collocazione in un’area completamente diversa dell’altipiano, sia anche per valutare la fattibilità di futuri progetti di valorizzazione dell’area. L’indagine in quest’area (contrassegnata con la lettera B) sarà condotta attraverso lo scavo con metodo stratigrafico e riguarderà un’area di m 35 W/E x 30 N/S delimitata dai lati E e N della pista di pattinaggio.
A) Scavo stratigrafico
Rimozione dello stato vegetale superficiale con mezzo meccanico
Scavo archeologico eseguito a mano con metodo stratigrafico compreso ogni onere per : redazione delle schede US; diario di scavo; documentazione grafico-fotografica; recupero, cernita, classificazione in base ai livelli di provenienza e collocazione dei reperti in appositi contenitori; redazione report finale, trasporto della terra di risulta dallo scavo manuale al punto di raccolta.

Si segnalano le seguenti esigenze di cantiere:
Mezzo meccanico per l’asportazione dello strato vegetale superficiale (solo nella fase iniziale dell’indagine)
2 operai specializzati per lo scavo a mano
1 operaio comune per le operazioni di pulizia del cantiere
2 archeologi, rispettivamente per controllo dello scavo e classificazione del materiale, redazione documentazione grafico-fotografica, redazione delle schede US, dei diari di scavo , di cui copia verrà consegnata alla Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche insieme al report finale della D.L.

Ulteriori compiti: digitalizzazione dati e operazioni richieste dalla Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche, come da allegato prospetto, considerata nella misura di 1 giorno a settimana per ogni archeologo presente in cantiere
N. 100 cassette plastica per immagazzinaggio materiali x euro 4,00 cad.
Si prevedono n. 5 mesi lavorativi
B) Indagine archeologica a mezzo scavo di trincee
Scavo da eseguire con escavatore con benna liscia di m. 1,20 compreso ogni onere per la pulizia delle sezioni e dei piani delle superfici scavate, per il controllo dei lavori di escavazione, documentazione grafico-fotografica, raccolta eventuali reperti archeologici secondo i sistemi in uso e report finale.

Esigenze di cantiere:
escavatore con benna piccola per l’apertura delle trincee, con ruspista
due operai, un qualificato e un comune per la ripulitura delle sezioni delle trincee
due archeologi che seguano rispettivamente lo scavo e la ripulitura delle trincee

Ulteriori compiti: digitalizzazione dati e operazioni richieste dalla Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche, come da allegato prospetto, considerata nella misura di 1 giorno a settimana per ogni archeologo presente in cantiere.
Per la fase dell’indagine archeologica a mezzo trincee si prevedono 4 settimane lavorative per l’indagine nell’area delle costruzioni e 2 settimane lavorative per l’area compresa fra l’ultima fila di costruzioni e le attrezzature sportive.
Componenti della squadra di lavoro
Direttrice dei Lavori: dott.ssa Edvige Percossi ex ispettore della Soprintendenza Archeologica ed autrice di numerosissimi scavi e relative pubblicazioni tra cui quelli relativi al Colle del Burchio, archeologa: dott.ssa Alessandra Ciarico già collaboratrice usuale della Soprintendenza Archeologica, archeologa : dott.ssa Tamara Lucchetti già collaboratrice usuale della Soprintendenza Archeologica
C) Un’ipotesi di progetto di valorizzazione dell’area: museo a cielo aperto e “Campus archeologico”.

Dalle attuali evidenze si presume che la fattoria di epoca romana di Colle Burchio si sia conservata pressoché intatta non solo nell’assetto planimetrico dell’edificio principale e degli edifici secondari che ne erano parte integrante, ma anche grazie alla destinazione agricola della zona, nel suo impianto complessivo così da consentire la lettura della distribuzione spaziale degli edifici satelliti destinati ad attività specifiche legate alla vita della fattoria rispetto alla costruzione principale. Se la presunzione coglie nel vero, è evidente che il recupero dell’insediamento rurale di Colle Burchio comporterebbe l’acquisizione di conoscenze di fondamentale importanza sull’organizzazione e la pianificazione delle attività e delle produzioni in un’azienda agricola romana e dunque sulla vita della fattoria. E’ anche del tutto evidente che, al di là delle importanti acquisizioni scientifiche, la fattoria di Colle Burchio presenta per quanto appena detto tutte le caratteristiche per essere trasformata in un’area archeologica attrezzata dove sia possibile accostarsi ad un percorso di conoscenza di una comunità agricola antica nei molteplici aspetti in cui si rappresenta attraverso l’organizzazione degli spazi e del lavoro, le conoscenze tecniche nell’esercizio dell’attività quotidiana e delle produzioni agricole e artigianali specializzate e di supporto per la produzione e l’immagazzinaggio dei frutti del lavoro dei campi. Ognuno di questi elementi e la loro combinazione assumono così il significato di un linguaggio attraverso il quale essa descrive se stessa sui ruoli e funzioni dei suoi membri, sulla sua composizione sociale e anche, attraverso l’uso di oggetti rituali, sulle componenti immateriali quali le credenze e le superstizioni del mondo agricolo. E’ altrettanto chiaro che un’area archeologica attrezzata con le caratteristiche appena descritte si proporrebbe come uno straordinario e raro museo a cielo aperto dove è possibile partecipare alle attività agricole di una piccola comunità organizzata come quella che viveva nella fattoria di Colle Burchio, tanto più se l’ambiente circostante conserva alcune importanti caratteristiche dell’ habitat naturale che faceva da cornice alle attività della comunità, p.es. il bosco, dove ci si approvvigionava di legname per tutte le esigenze della vita lavorativa quotidiana, e l’uliveto, come esempio delle aree coltivate per le produzioni che devono avere costituito, oltre che la risposta alle necessità della vita, anche un’importante ragione della ricchezza della colonia romana. Un’offerta culturale di grande qualità dunque proposta alla collettività locale ma anche un’offerta turistica di prim’ordine per un pubblico non solo di appassionati di antichità ma anche di chi fa della possibilità di godere di attività e proposte culturali interessanti e nuove un elemento decisivo nella scelta della propria destinazione vacanziera, e dunque di un pubblico selezionato per un’offerta turistica selezionata.
Ma è evidente anche la valenza didattica in senso più prettamente scolastico di un’area archeologica dove studenti di vario ordine e grado possano immergersi, con l’esperienza straordinaria di uno spaccato di vita di una comunità antica, nel quotidiano della vita di una fattoria romana e accrescere, in un forma accattivante, la conoscenza di aspetti specifici del mondo antico.
Anche in questo caso si tratta di un’offerta didattica rivolta prioritariamente alle scuole del territorio regionale ma con la concreta possibilità di fare dell’area archeologica attrezzata di Colle Burchio un punto di riferimento per il turismo scolastico, che beneficerebbe anche dell’offerta più ampia del sistema archeologico regionale, e comporterebbe una possibilità in più per l’economia locale con una destagionalizzazione delle presenze turistiche.
Il progetto di valorizzazione dell’area archeologica di Colle Burchio prevede innanzi tutto la rimessa in luce dell’insediamento, che si potrà attuare con la programmazione di campagne di scavo sistematiche, concordate e condotte secondo le direttive imposte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ancona, che si possono articolare in un quinquennio di attività.
Contestualmente alla rimessa in luce delle strutture sarà necessario mettere a punto, seguendo le prescrizioni della Soprintendenza competente che ne darà l’approvazione definitiva, e avviare il progetto di restauro e messa in sicurezza delle strutture rimesse in luce, che dovrà procedere di pari passo con lo scavo archeologico.
Compatibilmente con le conoscenze acquisite sulla forma e consistenza dei resti archeologici, sarà poi opportuno, appena possibile, individuare insieme alla Soprintendenza competente le protezioni ritenute più opportune alla conservazione delle strutture scavate per procedere alla loro progettazione e, una volta acquisiti i pareri definitivi, alla loro realizzazione.
Di questo intervento, complesso e articolato, è allo stato attuale possibile prevedere solo le fasi di realizzazione; non è possibile invece allo stato attuale quantificare tempi, se non di massima, e costi di realizzazione in quanto fortemente condizionati dall’esito almeno dei primi risultati dello scavo. Attuate le fasi sopra descritte non sarà ancora possibile parlare dello scavo di Colle Burchio come di un’area archeologica attrezzata in quanto mancante dell’elemento essenziale rappresentato da un efficace apparato informativo. L’apparato di base dovrà innanzi tutto indirizzare sul terreno i percorsi di visita e dare le prime informazioni sulla tipologia e l’uso delle strutture rimesse in luce o attraverso i più tradizionali pannelli informativi o anche/e attraverso postazioni multimediali in punti strategici dell’area. Sarebbe opportuno anche arricchire la proposta didattica integrando l’apparato informativo di base con la proposta di ricostruzioni assonometriche in 3D degli edifici e dell’intero complesso e abbinare la visita ai resti della fattoria attraverso i percorsi delineati sul terreno ad una visita virtuale alla fattoria nel suo complesso e ai singoli edifici in modo da poter restituire al visitatore la piena visione di come la fattoria doveva presentarsi agli occhi di chi vi viveva e lavorava al momento della sua frequentazione. Un filmato, o brevi filmati, realizzati anche con immagini di repertorio, potrebbero inoltre illustrare le attività lavorative nella fattoria e sarebbe interessante e proficuo dal punto di vista didattico inserire brevi cammei con immagini di come si svolgono oggi le stesse attività lavorative nelle aziende agricole ancora esistenti nell’hinterland territoriale.
Un’esposizione dei reperti, che potrà anche avere la caratteristica, a seconda degli spazi a disposizione, di piccole esposizioni temporanee che si succedono a rotazione in modo da illustrare tutte le classi dei materiali che costituiscono lo strumentario per i lavori agricoli e gli oggetti per le necessità della vita quotidiana, completerà efficacemente la restituzione della vita nella fattoria di Colle Burchio. Si potrebbe pensare di completare ulteriormente la proposta didattica allestendo accanto a questa sezione espositiva una piccola sala con un campionario di strumenti da lavoro ricostruiti dai modelli antichi che sarà possibile maneggiare ed esaminare più da vicino.
La realizzazione del progetto relativo alla parte più innovativa dell’apparato informativo e alla sezione didattica richiede ovviamente disponibilità di spazi per le sale espositive, di proiezione e di attività didattiche, che potrebbero essere allocate nell’antico edificio rurale all’estremità sudorientale del pianoro attualmente dismesso, e per il quale è previsto il risanamento conservativo.
Poiché i lavori di scavo sistematico del giacimento richiederanno un impegno pluriennale, un’altra interessante opportunità da valutare è anche quella di prevedere la possibilità di trasformare il cantiere di scavo in un’occasione di offerta formativa, aprendolo alla possibilità di accogliere giovani archeologi da Università italiane e straniere che vogliano formarsi al complesso e difficile lavoro dello scavo archeologico con esperienze pratiche sul campo sotto la guida di personale esperto, individuato di concerto con la locale Soprintendenza per i Beni Archeologici. Le squadre di giovani laureandi o specializzandi in archeologia, opportunamente coordinate, potrebbero usufruire di un’esperienza formativa a tutto campo, che va dalla ricerca archeologica, allo studio scientifico dei materiali e alla conservazione delle strutture e dei reperti, alla loro organizzazione in proposta informativa e infine alla valorizzazione del patrimonio.
Pure potrebbe essere interessante prevedere nell’ambito dell’offerta formativa la istituzione di scuole specializzate per il recupero di mestieri antichi, dei quali si sono perse purtroppo in larga misura professionalità e competenze (si pensi alla carenza p.es. delle professionalità nel settore dei decoratori in stucco).
Una scelta, quella di trasformare l’area di Colle Burchio in Campus formativo, ulteriormente qualificante che renderebbe il Parco di Colle Burchio Resort una residenza unica nell’ambito dell’offerta turistica regionale: grazie infatti al lavoro dei tanti futuri professionisti che faranno qui la loro esperienza formativa sarà possibile garantire una maggiore apertura alle esigenze di conoscenza del luogo da parte del pubblico locale e dei visitatori, restituendo così in qualche modo alla collettività locale una sorta di riappropriazione dell’area e alla collettività sia locale che di frequentatori del territorio più in generale la possibilità di una maggiore e più consapevole fruizione del patrimonio archeologico di Colle Burchio.

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