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PORTO RECANATI/RECANATI/MONTEFANO – Nel giorno di Pasqua il profilo FB “La mente colorata”, curato da Pier Marino Simonetti, cultore di storie delle piccole realtà locali, erroneamente considerate minori ma invece quadro inestimabile della “nostra Storia”, ci regala un racconto che inizia nel ‘600 e che dalle campagne sotto il sole del castello di Montefiore ci porta fino all’allora Porto di Recanati e agli accadimenti legati alla pirateria algerina che nell'800 braccava le imbarcazioni fin nell'Adriatico.

ex voto inseguimento di barbareschiParte da questa bella terra rigogliosa d'aprile, ben esposta al sole, la storia di una famiglia, che inizia nelle colline prossime a Montefiore nel 1600.
Nel XVII secolo e per molti secoli ancora, se una famiglia aveva nome di fedeltà provata al padrone delle terre ad essa affidate, poteva succedere di venire trasferita, assecondando gli interessi dei signori, a decine di chilometri dalla sua casa. Verso la fine del XVII secolo, la coppia più giovane della numerosa famiglia dei C, posta da un signore terriero, a custodia dei contadini e dei campi di una contrada chiamata Meleto, oggi Santa Lucia, a metà strada fra Montefano e Recanati, venne fatta emigrare, verso la foce del fiume Potenza. Dalle belle colline coltivate secondo le regole del 'Buon Governo' dei campi, il giovane nucleo famigliare, lasciò la grande casa sul punto più alto dell'altura, dal quale si domina, ancora oggi, il versante esposto al soleggiato mezzogiorno di coltivazioni, per andare sempre al servizio del Signore, in terreni paludosi, a poche centinaia di metri dal mare Adriatico. Ancora oggi, in quella che nel XVII secolo era contra Melato, una piccola chiesetta, custodisce il ricordo dell’antica comunità di lavoro, lì regolata dalla famiglia C. Una lapide incastonata sulle mura della piccola chiesa, attesta l’esistenza di una Pieve e delle sepolture.
Del ramo dei C emigrato nel XVII secolo al Porto di Recanati, come veniva chiamata l’odierna Porto Recanati, si ritrovano notizie attorno al 1800. Infatti il 4 giugno di quell’anno, un certo Pasquale C, acquista una 'paranza', con atto del notaio Serafino Murri del Porto di Recanati.
Con l’acquisizione dell’imbarcazione da pesca, questo ramo dei C, passa dall’attività di contadini al servizio di possidenti terrieri, alla pesca in mare con una propria paranza. Dai terreni
ancora in parte da bonificare, non distanti dall'antica Abbazia di Santa Maria in Potenza, quasi un secolo e mezzo dopo, i discendenti di quella famiglia C, li ritroviamo ora nella piccola comunità di pescatori, che abita attorno al Castello Svevo del Porto di Recanati. La famiglia, vive di pesca, come la maggioranza della popolazione del porto. Piccole, case di un piano, vicinissime alla linea del mare, dal quale le separava una spiaggia lunga e venezia golfo 76x57bella, sulla quale tenevano in secca, chi ne possedesse una propria, le imbarcazioni da pesca.
Una mattina, era il 23 di luglio 1816, la 'Paranza' - della famiglia C, parte per una battuta. A bordo ci sono circa dieci membri d’equipaggio. Tra loro lo stesso Pasquale C e Domenico, tutti o quasi parenti. In alto mare, lontano miglia dal Porto, vengono assaliti di pirati nordafricani: fatti prigionieri, rapiti e condotti in un porto della Tripolitania. La paranza lasciata alla deriva dai pirati, fu ritrovata spiaggiata, vuota di ogni cosa, qualche giorno dopo. In quegli anni i pirati barbareschi nord africani, facevano scorribande in mare aperto, catturando pescatori e viaggiatori, per poi chiederne il riscatto a parenti ed autorità dei vari stati. Di questi pescatori, non se ne seppe nulla: poveri, con poco denaro, il riscatto non sarebbe stato pagato facilmente dalla famiglia. Il parroco del piccolo Porto di Recanati, si interessò alla sorte della paranza. Redasse un elenco dell’equipaggio con le caratteristiche fisiognomiche degli uomini a bordo, inviandolo alle autorità pontificie, in modo che arrivasse in ogni porto dello Stato. Il rapimento da parte barbaresca si pensò fosse la più probabile delle ragioni. Anche perché i fiancheggiatori dei pirati - fra questi rinnegati e disertori - nascosti nei porti, facevano girare ad arte indizi e testimonianze fasulle, in modo da preparare il riscatto. Dopo il porto di Ancona nell'Adriatico, Civitavecchia era il maggior scalo sul mare Tirreno dello Stato del Papa Re. Lì affluivano notizie e sbarcavano i liberati dai pirati algerini e tripolitani.
In quegli anni, la Marina inglese dettava legge sul mediterraneo occidentale, impegnando parecchie forze per stroncare la pirateria algerina. Utilizzava i porti sul Tirreno, messi a disposizione dal Papa e dai Borbone. In un'azione anti pirateria, fu catturata una nave Algerina che a bordo aveva diversi prigionieri italiani. Arrivati al porto di Civitavecchia, i prigionieri italiani furono consegnati ai militari del porto; impiccati i pirati presi nell'azione di polizia marittima.
Ogni volta che alle autorità portuali, venivano consegnati dalle navi militari, uomini che potevano essere stati oggetto di rapimento, consultavano le loro “banche dati”; elenchi di nomi, provenienza e caratteristiche fisiche, dei dispersi in mare. Il 12 ottobre del 1816, quattro mesi dopo il rapimento, dalla nave militare inglese, sbarcarono anche i pescatori del porto di Recanati. Quella decina d’uomini malmessi, debilitati e impauriti, corrispondeva all'elenco inviato dal parroco del Porto di Recanati, qualche tempo prima. Con la descrizione fatta dal sacerdote, la decina di uomini, poteva essere benissimo, l'equipaggio della 'paranza'. Fu il nobiluomo Monaldo, dei conti Leopardi, a disporre i denari necessari, per far tornare a casa gli uomini della famiglia da lui protetta, per l'intercessione del buon parroco. A fine ottobre, Pasquale e Domenico C, gli altri otto membri dell’equipaggio della Paranza, poterono riabbracciare le proprie famiglie al Porto.
Dopo il ritorno a casa, gli uomini della famiglia in parte continuarono con la pesca, altri con i lavori nei possedimenti del Conte Leopardi.

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