MONTEFANO - Un’interessante serata è stata quella di ieri alla Casa delle Associazioni di Montefano. Ospite dell’ANPI montefanese per la prima delle iniziative del 2026, lo scrittore fermano Angelo Ferracuti, invitato a presentare il libro appena uscito nell’ottobre scorso “L’Ultimo Viaggio, storie di vita e fine vita”, scritto a quattro mani con il compagno di tanti reportage, il fotografo, anche lui fermano, Giovanni Morrazzini. Un libro che si fa leggere come un reportage per il suo approccio che non è azzardato definire cinematografico, alla Sergio Leone: campi lunghi iniziali sulla scena, carrelli che scorrono alti, per poi passare a sequenze più ravvicinate, fino ai primo piano con un altro veloce carrello, che diventano altamente emotivi, come prima il paesaggio visto da lontano attestava un’attesa coinvolgente. 
Lo scrittore ha intrattenuto il pubblico parlando ampiamente del suo lavoro editoriale, sottolineando come il libro sia stato il frutto di un viaggio scritto e fotografato nel precario mondo dei luoghi del fine vita. Una sorta di reportage nomade che è partito da un Hospice di Montegranaro, per poi transitare per la Svizzera, documentando i luoghi, a volte piuttosto inquietanti, dietro l’aspetto di una quotidianità con la morte assolta nella piena regolarità di tempi e modi. Ferracuti ne ha raccontata, oltre alla materialità, come siano meta della “migrazione” di quanti dall’Italia e da altre parti d’Europa, arrivano lì per il suicidio assistito.
L’assenza di una legge organica sul fine vita in Italia, in particolare sul suicidio medicalmente assistito (nonostante la Corte Costituzionale abbia invitato più volte il Parlamento a legiferare in materia) ha raccontato Ferracuti, prendendo spunto dalle tante storie del suo libro, costringe a “questo cammino” quanti vogliono liberarsi dalla sofferenza estrema di un corpo che non appartiene più alla persona ma soltanto alla malattia che stanno subendo. Ferracuti, ieri sera ne ha data prova.
Rispondendo alle domande del pubblico, è riuscito a raccontarne gli aspetti, che si potrebbero definire vitali, di una scelta che sembrerebbe di disperazione, sofferenza e solitudine estrema, scrivendo pagine di un reportage a metà fra cronaca e racconto, che non si sottrae all’empatia con le persone che ha incontrare sulla strada del suo libro. Tante le persone incontrare da Ferracuti nel suo viaggio per l’Europa, avendo come destinazione quei luoghi che le Associazioni come quella “Luca Coscioni”, nate dall’esperienza drammatica, per certi versi “ipocrita” che hanno negato il suicidio medicalmente assistito a persone dal curriculum noto e meno noto, dove ha incontrato donne e uomini, medici, sacerdoti e volontari che in qualche modo gli hanno raccontato il fine vita e come, in assenza di leggi di “buon senso” sia presente il rischio di ambigue situazioni di interesse.
Molto interessante è stata la vicenda del politico ed intellettuale Lucio Magri, che ebbe grandi spazi sul dibattito publico per un certo periodo di tempo, anche se Ferracuti ha sottolineato come lui abbia cercato invece di raccontare in particolare le storie di persone comuni per farne una vera e propria documentazione da reportage, vissuto con il rigore del cronista e la partecipazione emotiva nelle testimonianze avute: un gran lavoro di ascolto è stato il suo.
L’incontro si è chiuso sulla vicenda raccontata da Ferracuti, di una donna, Graziella, malata di SLA, che vive la malattia con una forza vitale straordinaria, attorno alla quale ruota l’affetto e la vicinanza di tutta la sua famiglia, nonostante le estreme difficoltà che si incontrano quotidianamente nel suo fine vita. Quello di Graziella è diverso dagli atri raccontati dove, pur non mancando la presenza affettiva delle persone care, i luoghi possono suggerire qualche forma di imbarazzo, che l’antica cultura contadina, qui presente fra le campagne di Monteleone di Fermo, cancella con con la luminosità del paesaggio e la cultura della morte vissuta accanto a quella della vita. Quell’imbarazzo che l’approccio cristiano ufficiale, laddove esistono, invece, aperture personali e motivate di autorevoli religiosi e pensatori cattolici e protestanti, indica sia la migliore terapia del fine vite accanto alle cure palliative.