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di Mario Elisei, autore

RECANATI - Ci troviamo di fronte al paradosso leopardiano: un ateo capace di profetizzare. Ma è pur vero che il genio è sempre profeta del mistero, la genialità è un’impronta divina, un marchio dell’essere.

Leopardi non si è mai fidato della scienza - le magnifiche sorti e progressive criticate ne La ginestra - né tanto meno della natura - natura onnipossente, che mi fece all'affanno de La sera del dì di festa.

Siamo obbligati oggi a combattere, con la scienza, una dinamica naturale: un morbo invisibile si è annidato nella nostra società, tante malattie sono presenti, molte gravi, ma questo è più giacomo leopardi lo zibaldonepotente perché contagia senza antidoto. La medicina, prima o poi, vincerà sicuramente ma è una certezza che non ci tranquillizza. Il virus sta causando tragedia e danni ora, nel nostro presente. Molti muoiono e il deserto economico e umano prende il sopravvento.

Leopardi ne La ginestra immediatamente evidenzia quello che è il limite umano, l’uomo è un nulla nei confronti della natura qui rappresentata dal vulcano - formidabil monte sterminator Vesevo il quale con lieve moto in un momento annulla in parte, e può con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. È una esperienza vissuta qualche anno fa col terremoto.

Ma se la scienza non ci salva e la natura non ci è amica come se ne esce?

In un istante ci sono crollate le certezze. In metropolitana non si può più viaggiare perché è troppo alto il rischio del contagio, il bar è zona off-limits, lo sport occorre praticarlo in solitudine, musei e luoghi pubblici banditi, scuola on line, chi può smart working, gli altri al palo, e così via. L’uomo è isolato.

Ma per Leopardi la solitudine è una risorsa: L’uomo sarebbe felice se le sue illusioni giovanili (e fanciullesche) fossero realtà. Queste sarebbero realtà, se tutti gli uomini le avessero e durassero sempre ad averle… è la sola società e la conversazione scambievole, che civilizzando e istruendo l’uomo, e assuefacendolo a riflettere sopra se stesso, a comparare, a ragionare, disperde immancabilmente queste illusioni, come negl’individui cosí ne’ popoli, e come ne’ popoli cosí nel genere umano ridotto allo stato sociale [fare attenzione: il genere umano ridotto alla stato sociale!].L’uomo isolato non le avrebbe mai perdute; ed elle son proprie del giovane in particolare, non tanto a causa del calore immaginativo, naturale a quell’età, quanto della inesperienza e del vivere isolato che fanno i giovani.

Dunque, se l’uomo avesse continuato a vivere isolato, non avrebbe mai perdute le sue illusioni giovanili e tutti gli uomini le avrebbero e le conserverebbero per tutta la vita loro. Dunque esse sarebbero realtà.

Dunque l’uomo sarebbe felice.(Zibaldone 1 aprile 1823 pagg. 2684-2685).

Che paradosso! Ma cosa sono queste illusioni che per il poeta hanno uno spessore reale?

È sempre lui che ce le elenca in una lettera scritta al suo amico Jacopssen il 23 giugno dello stesso anno: Ma se questa illusione fosse comune, se tutti gli uomini credessero di potere e volessero esercitare questa virtù, se fossero compassionevoli, caritatevoli, generosi, magnanimi, pieni d’entusiasmo; in una parola, se tutti fossero sensibili […] non saremmo forse più felici? Ogni individuo non troverebbe mille risorse nella società?È un’ipotesi di lavoro interessante, quasi un recupero della propria coscienza più profonda, una positività dentro una negatività. Una positività più potente del coronavirus da praticare subito in attesa dell’antidoto ed anzi antidoto essa stessa.